Mons. Franco Segala.

IN RICORDO DI D. FRANCO SEGALA

E’ per me un forte costo emotivo ricordare la morte di un amico, come d. Franco, ed è una difficoltà reale tentare di raccogliere in poche battute i tratti della sua figura e dell’eredità che egli ci lascia.

Vorrei partire da un aneddoto che mi era rimasto impresso. Un giorno d. Fanco – ricordando gli anni del ginnasio in cui eravamo stati vicino di banco – mi disse, con il suo tono scherzoso e ironico: “Se non mi avessi passato i compiti di latino e greco, forse non sarei diventato prete. Adesso, però, posso insegnarti qualcosa anch’io” e mi diede alcuni saggi e divertenti consigli. Quel “adesso posso insegnarti qualcosa anch’io” mi è tornato alla mente in questi giorni, dopo la sua morte, sotto una luce nuova. Davvero d. Franco mi può e ci può insegnare – e ciascuno potrà apprendere sulla base dei propri ricordi – qualcosa a riguardo della responsabilità per il proprio compito, della realizzazione della propria umanità e dell’esercizio della spiritualità cristiana. Su questi tre aspetti, che mi sembrano caratterizzare la sua figura e il suo ministero, vorrei che fermassimo per un attimo la nostra riflessione.

  1. Don Franco aveva spirito artistico, intelligenza creativa e umile tenacia nel perseguire gli obiettivi che riteneva rilevanti. Negli anni degli studi teologici si era impegnato nella pittura con risultati pregevoli. Poi questa passione si era assopita – non gli ho mai chiesto il perché – ma il gusto per ciò che è bellezza e armonia gli era rimasto. Nei lunghi anni in cui ha avuto la responsabilità dell’archivio diocesano era emerso in lui l’interesse per la storia del nostro territorio e della nostra chiesa. Il suo lavoro lungo e nascosto, umile e intelligente ha reso possibile la raccolta e la catalogazione di materiali che sono diventati disponibili e preziosi per la ricerca e la ricostruzione storica. La sua conoscenza approfondita gli ha permesso di produrre interessanti volumi di documentazione storica. Un gruppo di docenti universitari, alla fine del suo mandato, si sono sentiti in dovere di organizzare un convegno di studi per mostrare l’apprezzamento e per illustrare la ricchezza della sua opera. A sostenere d. Franco in questo percorso – nascosto ai più e da molti scarsamente apprezzato – era la convinzione che non bisogna perdere la memoria storica. Più volte, nei nostri dialoghi passati, ha raccomandato anche a me che è necessario “scrivere” perché resti la traccia di un pensiero, di un’esperienza, di una convinzione. Il “ne pereant” (perché non vadano perduti) – che costituiva la sovrascritta di tanti suoi opuscoli – può essere considerato un motto riassuntivo di tutto il suo impegno: un impegno perché non andassero perduti nomi, volti, eventi, documenti; perché il passato potesse aiutare a comprendere il presente e ad aprire qualche traccia per il futuro.
  2. Ma d. Franco non è stato soltanto uno studioso competente, nell’attuazione del suo compito, e tenace nel perseguimento delle sue convinzioni. E’ stato una figura di una ricchezza umana singolare: interiormente libero dal condizionamento delle strutture e dai pregiudizi sedimentati; mai inquinato nel suo animo dalla ricerca del riconoscimento o del prestigio; rispettoso, ma anche sincero e schietto nell’esprimere il suo punto di vista e le sue valutazioni; brioso nella battuta che strappava il sorriso; di un’ironia tagliente, ma benevola, quando si trattava di stigmatizzare certi limiti umani o clericali. In particolare era aperto alle relazioni e sensibile all’amicizia. I momenti in cui l’ho incontrato a S. Maria Antica o nei luoghi adiacenti mi sono reso conto di quante persone conoscesse, di come a tutti rivolgesse una parola di attenzione o di sostegno. Qualche giorno fa, poco prima che d. Franco morisse, un professore universitario mi raccontava sorridendo: quando trovo d. Franco nei pressi del Duomo, lui non parla e io sono piuttosto sordo…ma è sempre un incontro di sentita amicizia. Credo che proprio questa propensione spontanea alle relazioni e all’amicizia abbia nutrito la sua umanità e l’abbia messo in grado di entrare nelle pieghe dell’animo umano, con le sue fragilità, debolezze e potenzialità, come traspariva dalle sapienti riflessioni che egli offriva nei suoi periodici scritti.
  3. Ma ritengo che la lezione più forte e credibile di umanità autentica e di forza interiore Franco l’abbia offerta negli ultimi anni, quando la malattia gli ha sostanzialmente tolto la parola. In questa condizione di limite e di sofferenza, che poteva abbatterlo e rinchiuderlo in se stesso, a d. Franco non sono mai venute meno la voglia di vivere, il desiderio di comunicare e la battuta ariosa che strappava il sorriso: segni della forza e della serenità interiore con cui aveva assunto la sua fragilità e la sua forzata impotenza. Mi pare questa la lezione più limpida che egli ci ha lasciato. Ma d. Franco non è stato soltanto una figura di ricca umanità. E’ stato anche un credente e un presbitero di sincera spiritualità. Lo si poteva cogliere dai suoi scritti e dalla sua poesia. Leggendoli mi pareva di percepire, per un verso, l’eco della nostra lontana formazione seminaristica, fondata sulla preghiera, sui tratti ascetici e sulla coltivazione delle virtù, e, per altro verso, l’irrompere sommesso della novità evangelica, con l’attenzione ai piccoli e agli umili, a cui è destinato il mistero del Regno; con la solidarietà e la compassione per i deboli e i sofferenti, che suscita in loro la fiducia; con la grazia del perdono, che riabilita i peccatori. C’era nelle riflessioni di d. Franco l’eco del mistero della Pasqua, nella quale Dio rovescia le sorti, deponendo i potenti dai troni e innalzando gli umili. Questa eco pasquale è diventata testimonianza di vita negli ultimi anni in cui d. Franco ha fatto esperienza della malattia, della sofferenza e del forzato silenzio. A spiegare il modo con cui egli ha vissuto questo tempo difficile e oscuro, non sembri esagerato il ricorso al paradossale motto paolino: là dove esperimento la mia debolezza, là riscontro la forza, quella che viene dal Dio della vita, dal Dio che ha risuscitato Gesù dai morti. E’ verosimilmente la fiducia in questo Dio che dà vita e promette il compimento definitivo della vita a spiegare la serenità e il coraggio con cui d. Franco ha vissuto la sua ultima prova. E’ a questo Dio, in cui egli ha creduto, che noi ora, nell’eucarestia, affidiamo la sua vita e la sua morte perché nella sua potenza misericordiosa la apra alla realizzazione piena nella comunione con Lui.